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Lo scrittore Patrizio Trequattrini mi ha fatto la sorpresa di un’interessante prosa breve, che parte dalla situazione della nostra amicizia e arriva a una meditazione di pubblico interesse. La metto a disposizione dei lettori.

Conoscere Alex mi ha fatto capire tanto. Io vorrei essere come lui, vorrei avere le sue proprietà. Se avessi le proprietà che ha lui, se possedessi ciò che possiede lui, sarei molto più felice di quel che sono. La felicità è sempre molto relativa, qualcosa di impalpabile, fondata su elementi immaginari che poi quando si realizzano non sempre mantengono ciò che promettevano quando ancora non erano stati acquisiti. Tuttavia sono certo che se io potessi avere anche solo la metà di quello che ha Alex, sarei se non l’uomo più felice almeno tra i più felici. Non mi fraintendete, non domandatevi ma quanto sarà ricco questo Alex. Alex è ricco ma non nel senso che state pensando voi. Le sue proprietà non sono di natura economica, ma sono proprietà che danno più felicità di quanta ne diano terreni, case, titoli azionari, depositi bancari, lingotti o pietre preziose. Alex possiede un intelletto fertile. La fertilità del suo intelletto non è destinata a ridursi ma al contrario ad aumentare. Alex conosce il rumeno, l’ungherese, il francese, l’italiano, l’inglese per quel che ne so io, e forse anche di più. Immaginate di avere cinque case. Non sarebbe male, a chi non piacerebbe? Sicuramente si sta meglio che a non possederne nessuna; e direi anche che si sta meglio che a possederne soltanto una. È una condizione economicamente ottimale, che vi mette al riparo da qualsiasi rischio, che vi consente di non preoccuparvi più del vostro futuro. Un patrimonio solido e sicuro sul quale fondare una vita tranquilla e agiata. Ma credete che questa condizione patrimoniale vi darebbe la felicità? Non ne sarei così sicuro. La vostra mente comunque sarebbe esposta al rischio del declino, perché il patrimonio materiale non influisce beneficamente su di essa né fa scattare l’emozione, che è alimento della vitalità. Immaginate adesso di possedere cinque lingue nelle quali poter abitare. Ebbene io credo che dia più felicità abitare in cinque lingue che in cinque case. È una condizione che io conoscevo solo in linea teorica, prima di incontrare Alex. Tutti abbiamo sentito parlare o anche conosciuto direttamente persone che parlano svariate lingue, o che dicono di parlare svariate lingue, senza tuttavia poter avere un riscontro oggettivo o un’idea precisa di quale sia il livello di conoscenza, perché si tratta di lingue a noi sconosciute, che abbiamo sentito parlare da queste persone soltanto in poche o una sola circostanza o addirittura mai. Io ho avuto invece la fortuna di lavorare e quindi vivere a fianco ad Alex da tre anni a questa parte e di aver parlato quasi tutti i giorni con lui in una lingua che conosco abbastanza bene perché è la mia lingua madre. In questa particolare situazione di vita e di lavoro, l’idea che puoi farti di che cosa significhi conoscere o meglio abitare in una lingua straniera è un’idea che non è più astratta ma diventa molto concreta ed oggettiva. Noi italiani, nella stragrande maggioranza dei casi, conosciamo bene soltanto la nostra lingua e ce la caviamo con un’altra senza tuttavia possederla veramente, senza poterla impiegare con sicurezza e disinvoltura in tutte le situazioni comunicative possibili, dalle più semplici alle più complesse. Anzi, la conoscenza di questa unica lingua straniera, già di per sé incerta, per i più tende a declinare nel corso della vita e ad affievolirsi fin quasi a spegnersi. In sostanza, alla fine, la maggior parte di noi italiani, ma si potrebbe anche dire di noi latini e aggiungervi gli anglo-americani, rimane confinato entro i limiti della propria lingua, cioè si ritrova a possedere una sola casa. Questa chiusura provoca frustrazione e disagio, noia e immobilità espressiva, senso di isolamento in un mondo dove avanza inevitabilmente una molteplicità di lingue straniere ed extraeuropee. L’aumento delle migrazioni dei popoli spesso ci fa sentire estranei anche a casa nostra, ci costringe a prestare orecchio a “diverse lingue, orribili favelle”, tanto che il nostro universo comunicativo diventa sempre più babelico-infernale e sempre più disperato è il nostro sforzo di comprendere e di farci comprendere. Sempre più spesso, noi che viviamo segregati nella prigione del nostro monolinguismo, non riusciamo a capire i parlanti che ci stanno vicino e la nostra lingua che non si alimenta più di linfe provenienti da altre lingue, salvo subire l’influenza stereotipata del globish (global english), rischia di diventare sempre più asfittica. Non sarà che il declino dell’Occidente passa innanzi tutto per un declino linguistico? I cinesi imparano le nostre lingue occidentali ma noi occidentali impareremo mai il cinese? Questo su scala planetaria. Su una scala intereuropea possiamo osservare che i rumeni imparano l’italiano, il francese, lo spagnolo; lo stesso fanno polacchi, bulgari o serbi; ma gli italiani impareranno mai il rumeno, il bulgaro o il polacco? Vivere e abitare in almeno due lingue è una fortuna che noi ci sognamo, qualcosa di sconosciuto per noi, che ci darebbe una doppia cittadinanza reale anche se non legale, che ci permetterebbe di avere un’alternativa, di esprimerci liberamente in due declinazioni diverse. Ci permetterebbe di rinunciare in qualsiasi momento al nostro paese se il nostro paese è diventato troppo stretto, troppo angustamente provinciale, ci darebbe la grande libertà di andare in due direzioni e non sempre l’obbligo di seguire un solo senso di marcia. Le lingue sono meglio delle autostrade e degli aeroporti, sono i soli veicoli che ci danno libertà di movimento, che ci permetterebbero di spostarci e di prendere dimora in un altro paese. Se nel nostro paese la libertà d’espressione viene cancellata, come sempre più sta avvenendo, come ci esprimeremo se non conosceremo un’altra lingua, come faremo a far giungere la nostra protesta ad altre orecchie, chi ascolterà e renderà pubblici i nostri lamenti? Un’ottima conoscenza di una lingua straniera (e non intendo il globish che è una lingua poverissima, più o meno farfugliata in tutto il mondo e che serve solo a fare una vacanza organizzata in un villaggio turistico) dà sempre lavoro, produce conoscenza e opportunità, permette una molteplicità di impieghi in un mondo in cui travasi continui di popolazioni da una regione all’altra moltiplicano la necessità della comunicazione e delle relazioni. Solo chi è in grado di parlare ottimamente se non perfettamente almeno una lingua straniera ha sempre frecce per il proprio arco, conserva il diritto di cittadinanza in un mondo che ormai ha cancellato gli stati-nazione per sostituirli con stati multietnici e plurilinguistici. La differenza tra conoscenza monolinguistica e plurilinguistica è come quella che c’era tra l’economia curtense e l’economia del commercio internazionale. Chi rimane al monolinguismo è destinato ad essere travolto dalle nuove tendenze globali, fa sempre più parte di una specie di parlanti destinata ad estinguersi.

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